La riconciliazione
Un punto di vista diverso sul mondo

Fabio Ballabio

 

Nel 1997 su alcuni quotidiani italiani è comparsa la notizia che Mary Mc Aleese, partecipando a una cena del Signore nella cattedrale protestante di Dublino, aveva preso pane e vino. Nulla di male se la presidentessa irlandese non si fosse accostata da cattolica all’equivalente protestante dell’eucaristia. E’ noto che le diverse confessioni cristiane non sono in piena comunione tra loro. A ribadire questa realtà irriconciliata è l’impossibilità dei cristiani di accostarsi insieme alla mensa di Cristo (l’intercomunione). Ciò avviene ormai da molti secoli. Perché dunque una "trasgressione" a questa prassi ha fatto notizia? Non è certo stata la prima. Forse non è comune che a farlo siano personaggi pubblici e tanto meno in luoghi come l’Irlanda. Certo è che a partire dal 1997 la parola riconciliazione è comparsa con frequenza nelle agende dei cristiani.
Il 1° gennaio si chiudeva a Stoccarda, organizzato dalla comunità monastica di Taizé, un incontro di migliaia di giovani provenienti da tutta l’Europa sulla riconciliazione. La settimana mondiale per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio) aveva avuto come tema l’appello dell’apostolo Paolo: "Vi supplichiamo da parte di Cristo, lasciatevi riconciliare con Dio" (2 Corinzi 5,20). La seconda Assemblea delle chiese d’Europa (AEE2) a Graz (23-29 giugno) aveva coinvolto migliaia di persone sul tema: "Riconciliazione, dono di Dio e sorgente di vita nuova". Oggi il desiderio di riconciliazione si manifesta nelle società civili di ogni latitudine: dall’Irlanda al Sudafrica; dal Cile all’Indonesia. Esso nasce dall’esigenza di fare i conti con una storia di divisioni e di guerre, di violenze e lacerazioni. Quello che viviamo è il secolo di Auschwitz, dei conflitti mondiali, delle pulizie etniche, dei nuovi nazionalismi e del ritorno dei fondamentalismi religiosi.

Riconciliazione e religioni

Nella Bibbia le parole "katallàsso e katallaghé contengono la radice àllos (altro) inesistente nei termini italiani riconciliare e riconciliazione" (Paolo Ricca). Katallàsso significa diventare altro e katallaghé indica cambiamento e trasformazione. Nella società globalizzata le chiese si trovano di fronte all’alterità religiosa. La riconciliazione spinge i cristiani a scorgere nelle altre religioni la traccia dell’unico Dio (i "semi del Verbo" piuttosto che il "soffio dello Spirito"). In realtà "da sempre, nonostante il secolare fuori della chiesa non c’è salvezza, i cristiani hanno lasciato aperta la possibilità della salvezza al di fuori della chiesa. Ma essi declinavano questa convinzione con un giudizio radicalmente negativo delle altre religioni" (Giuseppe Ruggieri). Non era grazie alla loro appartenenza religiosa, ma nonostante essa, che i non cristiani potevano salvarsi. La riflessione su Auschwitz insegna che la secolare "barriera antiebraica eretta dalle chiese non fu solo il risultato di una defezione etica, ma il portato di una errata comprensione teologica" (Daniele Garrone). La Bibbia mostra il popolo ebraico (Israele) come paradigma di tutti gli altri popoli (le genti): quello a cui oggi i cristiani sono chiamati non è uno sforzo etico, come risposta a un’emergenza umanitaria, ma un cambiamento teologico e di mentalità. Non basta leggere nelle altre religioni una sorta di praeparatio evangelica o di rivelazione imperfetta rivolta a gruppi umani inadatti ad accogliere la complessità del messaggio cristiano. Non basta neppure definire cristiani anonimi coloro che cercano Dio o una realtà ultima al di fuori del cristianesimo. Così facendo si compie un movimento opposto a quello della riconciliazione: anziché cambiare a fronte dell’alterità, si cerca di annullare l’altro inglobandolo nel proprio sistema di pensiero. Altrettanto improduttiva è la posizione di chi cerca nell'altro "uno sguardo religioso non ancora compromesso con la decadenza dell'Occidente, quasi a proclamare paradossalmente: nulla salus all'infuori dell'islam, o del buddhismo…" (Brunetto Salvarani).

La riconciliazione introduce la categoria del "cambiamento del punto di vista" o "del livello dei problemi": riconciliarsi può voler dire elevare lo sguardo verso questioni più importanti di quelle per cui ci si scontra, oppure unirsi per affrontare un nemico comune. "Tutti gli uomini sono chiamati a riconciliarsi nella modestia di fronte al mistero e contro l’idolatria. Idolatria che assume le forme dell’integralismo e del fondamentalismo religiosi o laici come i massimalismi o i culti dell’identità e dell’etnia. Un’idolatria che è anche tra noi e in noi" (Stefano Levi Della Torre). L’Assemblea ecumenica europea di Basilea (AEE1) ha indicato il "nemico" da affrontare assieme: "lasciarsi riconciliare con Dio significa nello stesso tempo resistere alle forze della distruzione e della morte". I principi-guida indicati per quest’opera di resistenza sono quattro: "1. ogni essere umano porta in sé l'immagine di Dio ed è perciò membro con pieni diritti della società; 2. miseria e fame sono uno scandalo; 3. la guerra come mezzo per risolvere i conflitti deve essere superata; 4. dobbiamo lottare contro l'illusione che lo sfruttamento della natura sia senza limiti".

Riconciliazione e società

"Mi sono sempre vantato di aver tenuto una faccia di bronzo verso i mafiosi, di averne evitato i contatti, di aver denunciato il loro comportamento. Ma Cristo non è forse venuto a salvare i peccatori? Non ci ha egli amati come siamo? Sarebbe assurdo fraintendermi quasi suggerissi di accogliere o sopportare i metodi della mafia e la sua rovinosa mentalità. Questi metodi e questa mentalità vanno combattuti a fondo e sempre, ma la politica dell'agape non è vincere il male con la rivalsa, ma vincere il male con il bene" (Tullio Vinay). Mai nella storia dell’umanità è stata data enfasi alla ricerca del colpevole come nella moderna società occidentale. Il bisogno di impersonificare il male nel colpevole, di enucleare la causa del male, è sintomo dell’incapacità di accettarne la corresponsabilità. Alla pena retributiva è affidato il compito di ristabilire l’ordine della giustizia controbilanciando il male che è stato commesso. Si è coltivata così l’illusione di poter cancellare definitivamente il male. La riconciliazione si muove nella direzione opposta: si sforza di risarcire i danni e di ricostruire un rapporto pur senza dimenticarsi del male commesso. "Possiamo su un certo male gettare un nuovo ponte, ma non possiamo negare il male, altrimenti ci facciamo un doppio male" (Luciano Eusebi).

Se da un lato è forte il bisogno di superare la logica retributiva e punitiva, dall’altro occorre vigilare sulla riconciliazione affinché non la si fraintenda come nel caso di una certa rivisitazione storica del periodo fascista e nazista (revisionismo). Non si tratta di relativizzare il male né di controbilanciarlo fino all’annullamento. Occorre piuttosto tenere fermo il male commesso per non ricadere negli stessi errori e, al contempo, saper andare oltre quel male. Il primo passo è la ricostruzione della verità sul passato attraverso una ricerca collettiva. Elaine, una giovane cattolica irlandese, spiega: "Abbiamo una serie di giochi chiamati rompighiaccio. Uno di quei giochi che si chiama Punto conflittuale. Ci mettiamo in cerchio e una persona si siede al centro. A questa persona si fanno tre domande, alle quali si può rispondere o no. Domande come: che pensi dei cattolici? Oppure: tu e la tua famiglia avete sofferto a causa della violenza protestante? Oltre a essere gli organizzatori, partecipiamo anche io e Alex. In uno di questi giochi ho scoperto la verità sull’evento che aveva sconvolto la mia famiglia. Rispondendo a una domanda, Alex raccontò che era stato uno dei suoi cugini a sparare a mio zio" (John Carlin, Belfast, in El Paìs Semanal, 11 ottobre 1998).

In questa stessa direzione si è mosso il lavoro della Commissione sudafricana per la verità e la riconciliazione: "La raccolta di migliaia di racconti di persone coinvolte nell’apartheid - che lo hanno combattuto o sostenuto, che sono scesi a compromessi, che hanno ucciso o sono morti per il regime - ha permesso di ricostruire la frammentata esperienza di una società divisa, come nessun’altra opera avrebbe potuto fare" (Martin Woollacott, Laying the Beast, in The Guardian, 31 ottobre 1998). Questo rapporto - proprio come i "giochi" di Belfast o quelli di Nevé Shalom / Wahat as Salaam tra israeliani e palestinesi - non ha ancora prodotto una "storia condivisa": ne sono riprova i tentativi di censura dell’Anc (African National Congress) e dall’ex presidente De Klerk. Eppure questa è la strada della riconciliazione. Tutti, pur se a partire da motivazioni diverse, ce ne rendiamo perfettamente conto: cristiani o no, credenti o no.

Bibliografia 

  • Aa.Vv., Percorsi teologici e culturali della riconciliazione, Federazione delle chiese evangeliche in Italia (a cura di), Roma 1996
  • Aa.Vv., Quale riconciliazione? I cristiani d’Europa si interrogano, Centro ecumenico europeo per la pace (a cura di), Centro Ambrosiano, Milano 1997
  • CCEE-KEK, Riconciliazione, dono di Dio e sorgente di vita nuova. Atti ufficiali dell’Assemblea ecumenica europea di Graz (23-29 giugno 1997), Pazzini, Verrucchio (Rn) 1998
  • Marcello Matté, Delitto e castigo senza Vangelo e Una giustizia per parlarsi, in il regno - attualità nn. 10/1997 e 2/1998
  • Nevé Shalom / Wahat as Salaam, Camminando sul filo. La scuola per la pace, Emi, Bologna 1994
  • Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, Dialogo e annuncio. Riflessioni e orientamenti sul dialogo interreligioso e l’annuncio del vangelo di Gesù Cristo (1991)
  • Sinodo delle chiese valdesi e metodiste, L’ecumenismo e il dialogo interreligioso (1998)