Testimoni  

I testimoni della fede ed il Giubileo

Pasquale Pirone

Testimoni Il Dialogo Home Page Scrivici


La celebrazione ecumenica al Colosseo del 7 maggio 2000 in ricordo dei Testimoni della fede nel Novecento rischia di non lasciare alcuna traccia nella vita e nella consapevolezza dei singoli cristiani e delle chiese locali. Guai a considerarla soltanto come il punto di arrivo di un cammino che ha interessato gerarchie e teologi! Guai a non assorbirne il senso! Su quel sangue versato, su quelle testimonianze luminose di tanti innamorati della pace, della giustizia e dei fratelli in nome del Cristo crocifisso è possibile costruire - e con decisione! - un più spedito cammino verso l'unità di tutti i battezzati. Ci è parso utile allora, prima di riprendere la nostra consueta "galleria di testimoni", offrire alla riflessione dei lettori la profetica riflessione che il pastore e teologo protestante Jürgen Moltmann pubblicava quasi 25 anni fa. La consonanza con le parole pronunciate dal Papa è impressionante.

"La comunione tra i cristiani, al di là dei confini delle varie confessioni, viene sperimentata e vissuta là dove (essi) prendono su di sé, tutti insieme, la loro croce comune: … nel resistere insieme contro l'idolatria politica e contro le disumanità sociali, nel soffrire insieme l'oppressione e la persecuzione. Quando viene l'ora della verità, la chiesa di Cristo è la chiesa sotto la croce. E' in simili situazioni che si vedono i veri discepoli:" Chi mi vuole seguire, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Mt 16,24). E' allora che i cristiani e le chiese si trovano di fronte alla decisione: "Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per amor mio la troverà" (Mt 16,25).

I più anziani di noi si ricorderanno come essi stessi o i loro amici hanno sperimentato in questo modo la comunione con Cristo, nei campi di prigionia della seconda guerra mondiale. Dietro al filo spinato, le tradizionali dottrine che differenziano le chiese separate non avevano più importanza. Si sedeva insieme, là dove ci si trovava, si leggeva insieme la Bibbia, si pregava insieme e ci si rafforzava a vicenda nella fede. In questa situazione di necessità, l'intercomunione e la concelebrazione non erano problemi tali da impedire a qualcuno di partecipare alla prassi comune dello spezzare il pane. Cercavamo solo quell'Unico importante e sperimentavamo nel dolore la presenza di Cristo. Questo ci dava un sostegno interiore e una salda fiducia. Preti o laici, studenti di teologia oppure operai, qui non c'era nessuna superiorità e nessun privilegio. Qui contava solamente la veracità della fede, l'impegno della persona e la comunione di cristiani confessanti la fede. Ciascuno di noi era chiamato in causa: si trovava senza l'appoggio della propria tradizione e senza la protezione delle consuetudini della propria confessione, ed era provato nel fuoco della tentazione. Altri, nelle prigioni e nei campi di concentramento, hanno vissuto esperienze più dure. Quelli che sono riusciti a sopravvivere e a ritornare hanno poi parlato della straordinaria comunione "col Cristo provato dalle tentazioni" e della sorprendente "comunione fra di loro" che avevano sperimentato ... Le divisioni confessionali ci erano diventate estranee. Ci apparivano come cose esteriori. Per un breve periodo di tempo, noi avevamo costituito un frammento dell'unica chiesa di Cristo nella comunione tra cristiani evangelici, cattolici e delle libere chiese.

I più giovani fra di noi sapranno certamente che oggi la comunione ecumenica viene sperimentata in modo analogo nelle prigioni del Cile, della Corea, del Sudafrica, dell'Uganda e non da ultimo nei Paesi socialisti. Dal profondo abisso del comune soffrire e del comune pregare nasce qui la nuova comunione tra i cristiani. "I martiri sono il seme della chiesa di domani" dice l'esperienza della chiesa antica. Anche oggi è così: Paul Schneider e padre Delp, Dietrich Bonhoeffer e Massimiliano Kolbe e poi i molti uomini che hanno sacrificato la loro vita non appartengono a nessuna confessione particolare, ma all'intera cristianità sparsa su tutta la terra. Attraverso la loro morte, essi parlano a tutti coloro che vivono e credono, affincè noi diventiamo una cosa sola e affinchè noi diventiamo liberi.

I colloqui ecumenici, negli incontri al vertice tra vescovi e dirigenti ecclesiastici, possono certo proseguire. I convegni teologici possono certamente risolvere questioni teologiche controverse. Ma l'ecumene veramente efficace e duratura viene sperimentata alla base, nella comune resistenza e nella sofferenza condivisa ... Solo nella partecipazione alle sofferenze del nostro tempo che colpiscono tutti gli uomini diventa per noi una certezza la gloria futura della nuova creazione. "Quando il Signore libererà i prigionieri di Sion" (Sal 126), ossia quando le prigioni del nostro tempo saranno aperte, "allora saremo come quelli che sognano", cioè allora vedremo l'unica chiesa di Cristo e dimenticheremo le nostre divisioni e le nostre inimicizie. Il Consiglio ecumenico delle chiese a Ginevra ed il Segretariato per l'ecumenismo a Roma, il Patriarcato ecumenico e i molti gruppi e circoli ecumenici che nelle varie chiese possono operare pubblicamente dovrebbero essere sempre consapevoli di questo: che nascosta sotto la sofferenza dei prigionieri e muta sotto il silenzio coatto l'unica chiesa di Cristo viene già oggi messa alla prova. La preghiera esplicita per questa chiesa dovrebbe quindi stare all'inizio di tutte le celebrazioni ecumeniche …

Ci sono molte specie di pane, diceva tra le persecuzioni il cardinale sudcoreano Kim: c'è il buon pane bianco dell'amicizia, ma c'è anche il pane nero della solitudine e della povertà, il pane al quale, come dice Geremia (11,19), è stato "mescolato del legno". Questo pane nero della sofferenza deve essere "diviso fraternamente": questo prima di ogni altra cosa. La vera ecumene comincia quando noi ci comunichiamo a vicenda la nostra povertà, le nostre malattie, i nostri handicap e le nostre battute d'arresto, trovando una comune partecipazione a queste sofferenze. La fame nell'India è la nostra fame. La disperazione nel Cile è la nostra disperazione. Le preghiere nella Corea sono le nostre preghiere. L'ecumene comincia sempre con la condivisione fraterna delle sofferenze sotto la croce … La persecuzione comune dà coraggio. La povertà condivisa rende ricchi, ricchi cioè di comunione … Se (invece) … l'influenza (della chiesa) diminuisce, se il popolo si allontana da lei, se la sua potenza pubblica viene ridotta, non si può ancora parlare di "sofferenza di Cristo" … Ci sono sofferenze che rendono insicuri i cristiani e le loro chiese. Ci sono sofferenze che danno certezza, rinnovando i cristiani e la chiesa. La … sofferenza dei testimoni del Vangelo, … la sofferenza dimentica di sé per la vita e per la giustizia di Dio per il mondo conduce alla risurrezione. Perché sotto questa croce non diventa manifesta la nostra vita e neppure la vita delle chiese esistenti, bensì la "vita di Gesù si manifesta nella nostra carne" (2 Cor 4,10). E solo questo conta per la fede della chiesa."

Estratto da: J. Moltmann, Nuovo stile di vita. Piccoli passi verso la comunità, Ed.Queriniana, 1979


"Il Dialogo - Periodico di Monteforte Irpino" - Direttore Responsabile: Giovanni Sarubbi

Registrazione Tribunale di Avellino n.337 del 5.3.1996