Una "Carta" per l'Europa di tutte le chiese

Delegati ufficiali di tutte le chiese europee - cattoliche, ortodosse, anglicane e protestanti - in dialogo con i giovani a Strasburgo hanno adottato una "Charta oecumenica" che, attuata, potrebbe ridare slancio al processo di riconciliazione dei cristiani del Continente. Le riserve della Chiesa russa, i problemi aperti.

Un passaporto per l'Europa delle chiese di oggi e, soprattutto, di domani. Forse in quest'immagine si può racchiudere il senso della Charta oecumenica varata dal settimo incontro ecumenico europeo svoltosi dal 17 al 22 aprile a Strasburgo dove sono convenuti il Comitato centrale della Kek (Conferenza delle chiese ortodosse, anglicane e protestanti europee) e la Plenaria del Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali europee - oggi 34) e, inoltre, cento giovani, appartenenti alle chiese delle organizzazioni invitanti, a discutere anch'essi della "magna Charta", alla luce delle parole di Gesù, che sono state anche il logo della riunione: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo".

Un'idea germinata a Graz
Nel giugno '97 Kek (che raccoglie 125 chiese) e Ccee avevano organizzato a Graz, Austria, la II Assemblea ecumenica europea (la prima era stata celebrata a Basilea nell'89). In quella sede era stata suggerita la proposta di un'iniziativa, chiamata poi Charta oecumenica (CO): quasi un essenziale vademecum che riassumesse gli impegni e le prospettive delle chiese europee. Un gruppo misto dei due sponsor si è dunque messo al lavoro, e nel luglio '99 la prima bozza della CO era pronta per essere inviata alle chiese. Nell'autunno del 2000, tenendo presenti le proposte di modifiche giunte dalle autorità delle chiese, o da organismi non ufficiali, il gruppo misto redigeva la seconda bozza che dal 26 al 29 gennaio ad Oporto (Portogallo) veniva definitivamente approvata dal Comitato congiunto Kek-Ccee, diretto dai presidente dei rispettivi organismi, il metropolita Jeremias (Jérémie), guida degli ortodossi di Francia e Spagna legati al patriarcato di Costantinopoli, e il cardinal Miloslav Vlk, arcivescovo di Praga (assistiti dai dinamici segretari: il pastore Keith Clements, per la Kek, e don Aldo Giordano per il Ccee). A Strasburgo, dunque, la CO veniva presentata come un testo ormai chiuso: la discussione poteva perciò servire solo per illuminare questo o quell'aspetto, ma non per modificare il documento.

Per quanto riguarda l'Italia, a Strasburgo per il Ccee sono intervenuti il card. Camillo Ruini, presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei); mons. Cesare Nosiglia, vicegerente di Roma (che però non ha partecipato all'incontro con i giovani); mons. Vincenzo Savio, vescovo di Belluno e segretario della Commissione episcopale per l'ecumenismo e il dialogo; i quattro giovani inviati dalla Cei all'Incontro, tre della Comunità di s. Egidio ed una cooperatrice salesiana. Per la Kek, invece, era presente Gianni Long, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia; e, per i giovani, Sandro Spanu, della Federazione giovanile evangelica italiana. Presenti inoltre, in ragione del loro ufficio, Peter Ciaccio, del Consiglio europeo del Movimento cristiano studenti, e Davide Rostan, del Consiglio ecumenico giovanile europeo.

Per il Vaticano, presenti il card. Roger Etchegaray e officiali del Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani, guidati dal neosegretario dell'organismo, mons. Marc Ouellet.

A Strasburgo il Comitato centrale (quaranta membri) della Kek ha lavorato per conto suo, e poi con il Ccee, e quindi, a livello di singoli, con i giovani; lo stesso il Ccee ha avuto la sua Plenaria a porte chiuse, poi dialoghi formali con la Kek e, infine, a livello di vescovi, dibattiti con i gruppi di giovani. Dunque, un intreccio di incontri separati, congiunti, formali e informali. Era infatti la prima volta che una riunione congiunta Kek-Ccee fosse poi collegata con un incontro di giovani, per aprirsi ad un dialogo trasversale con essi.

Per il Ccee arrivava anche a scadenza regolamentare, dopo due mandati, la presidenza Vlk. Per la sua sostituzione molti - almeno nella Mitteleuropa - pensavano al neocardinale Karl Lehmann, vescovo di Magonza e presidente della Conferenza episcopale tedesca, al momento uno dei due vicepresidenti del Consiglio. Ma, inaspettatamente, dalle urne è invece uscito il nome del vescovo di Coira, Svizzera, mons. Amédée Grab. A sbarrare la strada al prelato tedesco, considerato a Roma troppo "indipendente", sarebbero stati "desiderata" vaticani che molti presidenti di conferenze episcopali hanno preso come indicazioni non discutibili. Sempre Roma - ci hanno detto a Strasburgo voci insistenti - avrebbe di fatto indicato l'uomo da votare, Grab appunto. Questi, un benedettino 71enne, perfettamente trilingue, è un prelato che in Svizzera si è conquistato sul campo la fama di "uomo saggio". E, infatti, dopo le insanabili polarizzazioni provocate a Coira da mons. Wolfgang Haas (vicino all'Opus Dei), infine nel '97 "promosso" a Vaduz, nel Liechtenstein, a rasserenare il clima della diocesi la Santa Sede nel '98 aveva inviato proprio Grab, al tempo vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo.

Sul fronte Kek va invece rilevato che la delegazione russa era guidata solo da un diacono, Andrei Eliseev, che tuttavia lavora al Dipartimento per gli affari ecclesiastici esterni del Patriarcato di Mosca. Doveva venire a Strasburgo l'arcivescovo Longhin di Klin, che rappresenta il patriarcato in Germania, ma è stato impedito da un'operazione chirurgica. È anche vero però che non si è deciso di sostituire l'assente con un dignitario di pari grado. Rappresentanza a parte, Eliseev ci ha detto che la Chiesa russa era contraria a tempi e modi di approvazione della Charta: Mosca - ci ha spiegato il 26enne diacono - riteneva e ritiene che il testo non fosse da firmare, e ancor meno da parte del presidente della Kek, ma solo da "presentare" alle chiese come "materiale di discussione", e nulla di più. Al patriarcato russo, infatti, non è bastato e non basta che il documento ribadisca di "non rivestire alcun carattere dogmatico-magisteriale o giuridico-ecclesiale". In merito al contenuto, poi, Eliseev ci ha fatto notare che la Chiesa russa non può accettare che si insinui che "la" Chiesa "una e santa" già non esista nella Chiesa ortodossa.

A Strasburgo il patriarca Aleksij II ha tuttavia inviato un messaggio beneaugurante per i lavori dell'assemblea. Perciò, le affermazioni di Eliseev - espresso anche alla Kek, ma a porte chiuse e non nel successivo dibattito pubblico - sembrano voler calmare i gruppi "antiecumenisti" che serpeggiano nella Chiesa russa; e, al contrario, il messaggio del patriarca, dire al mondo ecumenico esterno che la Chiesa russa non intende, malgrado tutto, staccarsi dal movimento ecumenico complessivo.

I nodi di fondo
La Charta oecumenica - che, data la sua rilevanza, riportiamo integralmente in questo numero - tocca problemi numerosi e complessi. Inevitabilmente, dunque, essa si presta a giudizi variegati sia come risultato d'insieme, che sui singoli punti. Senza addentrarci, per ora, in una disamina puntuale del testo, ci sembra che - anche tenendo conto del dibattito, a volte vivace, ascoltato in merito in vari gruppi di discussione a Strasburgo - si possano sintetizzare così i punti deboli e i punti positivi del testo. Tra i punti deboli vi è una sorprendente minimizzazione del problema donna-Chiesa. D'altronde lo si sa bene: il fatto che le chiese anglicane e protestanti abbiano ormai accettato la donna-pastore e anche la donna-vescovo ha aperto un contenzioso (teologico, storico ed ecclesiale) irrisolto con le chiese ortodosse e con la Chiesa romana, inflessibili - a livello ufficiale - nel dire un risolutissimo no alla donna-prete. Per questa ragione scavare nella "eguaglianza di uomini e donne in Cristo" è tema che inevitabilmente porta a discutere sul patriarcalismo e quindi, in positivo, sui ministeri femminili, il che metterebbe in allarme chi ritiene che l'organigramma ecclesiale, impiantato sui maschi, sia una scelta voluta da Cristo stesso. La "ignoranza" che la CO fa di questa problematica è, perciò, sia segno di saggezza (per evitare tensioni oggi non superabili), sia segno di debolezza (non è certo ignorandola che la questione si risolve).

Altro punto debole della Charta è là ove essa rinvia la "intercomunione" - condivisione della tavola eucaristica tra cristiani di chiese tuttora divise - ai tempi futuri e umanamente non prevedibili della piena unità dei cristiani nella fede. Questa scelta dimentica l'esperienza di molti gruppi cristiani cattolici ed evangelici (perfino parrocchiali, nella Mitteleuropa) che praticano già ora spesso la "intercomunione" proprio come viatico per mondare la Chiesa dal peccato della divisione e affrettare la piena unità visibile.

Infine, la Charta appare inadeguata - di fronte alla drammaticità del problema - là ove parla del rapporto Nord-Sud, e dunque delle responsabilità dell'Europa (dell'Ovest) per certe costitutive storture della Grande Finanza e della globalizzazione.

E, tuttavia, malgrado questi limiti (che in fondo fotografano la situazione esistente nelle chiese, evitando di presentare situazioni rosee se queste non esistono) il documento che il metropolita Jeremias e il cardinal Vlk hanno firmato alle 12,35 di domenica 22 aprile, nella chiesa luterana di s. Thomas, in un clima di intensa commozione, fonda linee-guida dinamiche e promettenti. Infatti, collegando con intelligenza affermazioni pur sparse già in altri testi, e dunque non "nuove", crea un "corpus" autorevole (seppure non autoritativo) e rappresenta un "consenso" che, assimilato da tutte le chiese europee, a tutti i livelli, inevitabilmente farebbe compiere un balzo in avanti al cammino ecumenico, rendendolo irreversibile.

In particolare, la Charta è preziosa perché incoraggia un mutuo "mea culpa" delle chiese europee per le drammatiche divisioni tra i cristiani che hanno segnato il secondo millennio; perché fa balenare l'idea che nessuna Chiesa può considerarsi "la" Chiesa, ma piuttosto parte de "la" Chiesa, o realizzazione autentica ma non esaustiva de "la" Chiesa, sempre in cammino verso la sua compiutezza definitiva; perché taglia ogni possibile colleganza tra l'insegnamento cristiano e l'antisemitismo teorico e pratico; perché tende la mano ai musulmani, in modo amichevole, e ammettendo che da "entrambe le parti" ci sono stati, e ci sono, "pregiudizi" (la "conversione", dunque, è auspicata sia in campo cristiano che in campo musulmano. Lehmann, in una conferenza-stampa, ha auspicato una piena "reciprocità" di atteggiamenti, e anche di comportamenti pratici, nel campo della libertà religiosa, tra le due Parti). E, ancora, la Charta è significativa perché abbandona l'idea presuntuosa che le chiese siano la "anima" dell'Europa. Le chiese, si afferma invece, sono parte - parte molto importante - della ricchezza storica, e anche attuale, del Continente. "Parte" non vuol dire il "tutto".

La Charta non è una conclusione, ma un inizio; non è l'albero, ma il germe. La sua fioritura è ora nelle mani, e nel cuore, di ciascun/a cristiano/a europeo/a pensoso/a dell'ecumenismo. "Vertici" e "base" delle chiese devono perciò assumersi responsabilità non delegabili. Insomma, la Strasburgo delle chiese (nella città già operano il parlamento dell'Unione europea, e il Consiglio d'Europa, altissime istituzioni dell'Europa politica) comincia in realtà proprio adesso. Ma il primo passo nella giusta direzione è stato compiuto.

David Gabrielli