Il dialogo interreligioso: perché? con chi?

p. Gaetano Favaro

È ormai assodato che i cristiani e le Chiese non possono esimersi da un dialogo sincero, autentico e costruttivo con le diverse componenti umane del pianeta terra. Si tratta di affrontare insieme i grandi problemi dell'umanità e di superare tutti i fattori di conflitto che travagliano la convivenza dei popoli. Tra questi fattori ci sono le religioni, con le loro pretese di assolutezza. Anch'esse fanno parte del fenomeno di interdipendenza delle diverse parti del mondo. È un fenomeno che è favorito dalle fonti di informazione, dagli scambi provocati dalle nuove tecnologie e dalle migrazioni di popoli. Tutto questo è accentuato dal processo di globalizzazione e dalla configurazione sempre più pluralistica delle società. La necessità del dialogo interreligioso si colloca in questo contesto.

È un tipo di dialogo che non riguarda solo le Chiese e le diverse comunità cristiane, ma anche il movimento ecumenico in quanto tale.

Non si tratta solo di cogliere quale svolta interpretativa, particolarmente in questo secolo, sia risultata dal confronto delle singole tradizioni cristiane con le religioni mondiali, con i paradossali frutti positivi delle divisioni avvenute nel mondo cristiano. Se infatti tali divisioni portano il segno dell'infedeltà e del peccato, «è però anche vero che le Chiese, vivendo in condizione di disunione, sono state indotte dalle circostanze guidate dallo Spirito a scoprire e a valorizzare dimensioni evangeliche che altrimenti sarebbero forse rimaste ancora a lungo trascurate o addirittura ignorate».

L'ecumenismo è nato in missione, alla conferenza di Edimburgo nel 1910, in cui c'erano 600 missionari protestanti. L'ecumenismo non si identifica col dialogo interreligioso, ma è aperto a esso, lo reclama e comporta una reciprocità.

I cristiani oggi sono interpellati a vedere i buddhisti come essi stessi si vedono e come vorrebbero essere visti e i buddhisti vanno visti come essi vedono noi. Ma vale anche il senso inverso. Quindi c'è una circolarità ermeneutica che la storia non riesce a esaurire. L'ecumenismo deve in qualche modo ricuperare le sue radici missionarie. Il dialogo interreligioso ci richiama il significato della voce inter e ci invita a ricuperare il senso originario di inter-esse, essere tra, essere in mezzo. Ciò presuppone il molteplice e invita a superare l'interesse egoistico per ri-assumere un atteggiamento disinteressato e per creare spazi a nuove forme di intersoggettivìtà.

È stato scritto che «nessuna religione della terra cerca tanto intensamente il dialogo come il cristianesimo». Non sempre questo è stato chiaro.

Con queste premesse ci soffermiamo su alcuni spunti tematici riguardanti il dialogo interreligioso come sta profilandosi ed evolvendosi nel mondo cattolico, visto nelle sue interazioni con le Chiese cristiane, con l'evoluzione della storia contemporanea e con il cammino delle religioni mondiali.

Il discorso si articola in tre momenti: il senso del dialogo interreligioso; la storia; la situazione attuale.

Il dialogo interreligioso

La Chiesa cattolica ha diramato, a breve distanza di tempo, due documenti in cui riflette sul senso teologico del dialogo interreligioso: "Dialogo e missione" (= DM) e "Dialogo e annuncio" (= DA).

Secondo DA il dialogo può essere inteso in vari modi:

1) a livello puramente umano, significa comunicazione reciproca, per raggiungere un fine comune o, a un livello più profondo, una comunione interpersonale [... ]; 2) il dialogo può essere considerato come un atteggiamento di rispetto e di amicizia, che potrebbe o dovrebbe penetrare in tutte le attività che costituiscono la missione evangelizzatrice della Chiesa. Ciò può essere chiamato - a ragione - 'Io spirito dei dialogo" 3) in un contesto di pluralismo religioso, il dialogo significa «l'insieme dei rapporti interreligiosi, positivi e costruttivi, con persone e comunità di altre fedi per una mutua conoscenza e un reciproco arricchimento» (DM 3), nell'obbedienza alla verità e nel rispetto della libertà. Ciò include sia la testimonianza sia la scoperta delle rispettive convinzioni religiose.

Anche la "Redemptoris missio" [= RM] tratta del «dialogo con i fratelli di altre religioni». Qui il dialogo interreligioso è visto nello spirito dell'enciclíca "missionaria" e viene anzitutto affermato che «fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa». Subito dopo l'enciclica aggiunge: «Inteso come metodo e mezzo per una conoscenza e un arricchimento reciproco, esso non è in contrapposizione con la missione ad gentes, anzi ha speciali legami con essa e ne è un'espressione». Più avanti è scritto che l'annuncio del Cristo e il dialogo interreligioso devono mantenere «il loro legame intimo e, al tempo stesso, la loro distinzione, per cui non vanno né confusi, né strumentalizzati, né giudicati equivalenti come fossero intercambiabili». «Il dialogo non nasce da tattica o da interesse» e «tutti i fedeli e le comunità cristiane sono chiamati a praticare il dialogo, anche se non nello stesso grado e forma».

Il Papa continua:

Sapendo che non pochi missionari e comunità cristiane trovano nella via difficile e spesso incompresa del dialogo l'unica maniera di rendere sincera testimonianza a Cristo e generoso servizio all'uomo, desidero incoraggiarli a perseverare con fede e carità, anche là dove i loro sforzi non trovano accoglienza e risposta. Il dialogo è una via verso il regno e darà sicuramente i suoi frutti, anche se tempi e momenti (cf At 1, 7) sono riservati al Padre.

Il dialogo interrelìgioso non è un semplice confronto di credenze. Non è uno scambio di informazioni. Non si riduce a un'intesa comune per promuovere la libertà religiosa, o per combattere il materialismo, l'ateismo, il secolarismo, la desacralizzazione di qualsiasi tipo. Certamente tutte queste finalità includono un atteggiamento dialogico, però il dialogo non si riduce a esse.

Positivamente il dialogo interreligioso è un atteggiamento e una disponibilità dello spirito. È una relazione interpersonale che si realizza nel rispetto dell'alterità dell'interlocutore, sulla base di una comunione già esistente, in vista di un approfondimento dell'approccio e dell'unione; e questo per l'utilità reciproca. «Dialogo evoca [... ] consistenza, eguaglianza, discorso incrociato, riconoscimento di valori dell'una e dell'altra parte, arricchimento reciproco, modificazione e crescita vicendevole».

Il Segretariato per i non cristiani, che oggi si chiama Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, già nel 1979 concepiva il dialogo interreligioso come un incontro con non cristiani suggerito dall'amore e da spirito di servizio, sotteso da senso di rispetto e di solidarietà, destinato sia ad ascoltare l'altro, comprenderlo nel suo cammino spirituale, nelle sue intenzionalità e nei suoi problemi, sia ad aiutarlo a conoscere, apprezzare e desiderare il messaggio di Cristo e a diventarne partecipe in qualche modo, sia a dilatare la nostra comprensione del messaggio di Cristo, e del nostro modo di rapportarci al messaggio esistenzialmente per essere capaci di esprimerlo in un modo migliore.

Come appare, il dialogo interreligioso è partecipazione alle ricchezze spirituali degli altri, particolarmente alle loro ricchezze religiose. Questo presuppone mutua stima e conoscenza. Il cristiano che dialoga sa che la linea di demarcazione tra fede e incredulità, redenzione e non redenzione, regno di Dio e regno di questo mondo passa non tanto tra lui e i non cristiani o tra la Chiesa e quelli che visibilmente non vi appartengono, ma nel cuore di ogni uomo, quindi anche nel suo cuore.

Questa umiltà evangelica permette al cristiano di assumere verso il non cristiano un atteggiamento di alterità, rispetto, reciprocità, attenzione, comunicazione, pazienza, senso del rischio, accettazione del confronto - anche se lo scopo diretto del dialogo non è il confronto - docilità alla verità e al bene. L'autocritica è un elemento importante.

Il dialogo interreligioso non è mai unilaterale, né solo bilaterale (= io-tu), ma è tridimensionale. Dio, il divino, l'Assoluto è il terzo e decisivo partner del dialogo: è il Maestro interiore di ogni interlocutore e l'approdo definitivo cui mira ogni ricerca religiosa autentica. In tal modo il dialogo è espressione di comunìone e del desiderio di aprire il proprio cuore perché l'altro vi entri. Questa intercomunione del cuore e dell'esistenza è alla base dell'intercomunione delle idee e delle dottrine.

Per conseguenza il dialogo esclude la polemica, il monologo, la coercizione dottrinale, l'intolleranza, l'odio, la confidenza eccessiva in se stessi e anche la mancanza di introspezione e di una retta lettura della propria personalità e della Chiesa.

 

Raimundo Panikkar tratta del dialogo adottando una sua terminologia con cui intende interpretare il dialogo interreligioso in profondità. Egli distingue tra dialogo interpersonale, interreligioso, intrapersonale e intrareligioso.

Dialogo interpersonale: è tra persone che si ascoltano, si accettano, cercano la verità con autentica onestà, nel rispetto reciproco.

Dialogo interreligioso: non necessariamente esprime il massimo livello di compartecipazione profonda. Quando il dialogo non oltrepassa i limiti della sociologia, quando si riduce a discussione astratta, a un esercizio intellettuale, a un confronto tra posizioni antagonistiche, è dialogo interreligioso, ma si tratta di un atteggiamento che non è religioso in profondità.

Dialogo intrapersonale: avviene quando due concezioni si confrontano nell'interiorità di una stessa persona, per cui si svolge una mediazione religiosa reciproca, nel cuore stesso dell'uomo.

Dialogo intrareligioso: ci si interroga sul senso della vita secondo le esperienze cristallizzate nelle diverse tradizioni religiose e che sono già state assimilate più o meno dalla persona concreta. Esso diventa un dialogo interiore con me stesso, dopo avere incontrato un'altra esperienza religiosa al livello profondo della mia religiosità personale.

Il discorso del dialogo intrareligioso vale soprattutto quando si tratta di dialogo interreligioso con gli Indù della grande tradizione, specialmente del filone advaita, perché essi insistono sull'interiorità, sul ritorno al centro, sul sé profondo in cui tutti possiamo ritrovarci - a condizione di assumere un atteggiamento autentico e di praticare un'ascesi, una purificazione interiore previa - e sulla contemplazione sapienziale che rende trasparente il nostro sguardo intuizionale.

In un certo senso, ogni dialogo interreligioso per essere tale esige un atteggiamento "religioso" da parte degli interiocutori, comporta che l'esperienza sia unita alla vita, lo studio all'azione.

Va rilevato che tale stile e atteggiamento di dialogo non mettono tra parentesi la fede, non suppongono alcun dubbio sulla propria esperienza e fede religiosa. Il dialogo interreligioso che sia intrareligioso suppone sincerità, autenticità, ricerca della verità e impegno nell'integrità della propria fede.

Anche Panikkar sottolinea che non si tratta di fare un esperimento sulla propria fede o quella degli altri né di una epoché fenomenologica.

Certamente l'atteggiamento dialogico scaturisce da una maturità umana, dall'esigenza di rendere trasparenti la conoscenza e i rapporti interpersonali, dalla disponibilità di mettersi in questione con gli altri e di consegnarsi agli altri e, contemporaneamente, di accoglierli. Non si può fare della verità un possesso. Lo spirito dialogico non confonde i labirinti dei nostri linguaggi con la verità dell'essere. Il linguaggio non può essere fatto identificare con la verità che lo trascende. Il dialogo, perché avviene attraverso il linguaggio, ci avvicina alla verità e contemporaneamente ci allontana da essa. Ma non allo stesso modo e nella stessa misura. La maturità delle persone e dei gruppi che dialogano suppone una certa immaginazione che sogna, ipotizza, cerca la verità anche là dove l'immediatezza dell'esperienza sembra dire il contrario. Quando due persone affermano di essersi capite molto bene, forse corrono il rischio di non dialogare e di dimenticare che c'è un'ulteriorità di mistero nelle persone e di senso nella realtà e che hanno bisogno di altri dialoganti per rivelarsi. Questa tensione ideale insita nell'apertura dialogica ci dice che è meglio parlare di "dialoghi" al plurale più che di "dialogo". Chi dialoga deve avere l'umiltà di ammettere di capire poco. Nello stesso tempo la comunicazione dialogica, quando vuole essere tale, corre il rischio di dare più importanza all'altro che ai contenuti che egli comunica. Per cui anche il dialogo, specialmente quello pubblico, può diventare egemonico nei confronti della verità.

Il dialogo tra interlocutori che vogliono essere paritari comporta che si dialoghi non solo su ciò che è comune, ma anche sulle differenze. Altrimenti l'identità religiosa e la differenza dell'interlocutore rimangono nascoste e non si coglie l'altro in quanto altro. Quindi è necessaria la disponibilità a intavolare un discorso reale anche sulle verità ultime vincolanti della propria tradizione religiosa.

 

Verità e dialogo alla luce dell'unicità e universalità di Cristo

 

Il concilio Vaticano II ha sottolineato che il centro della fede cristiana è la persona e l'evento Gesù Cristo. In lui ci viene offerta la possibilità di scoprire che cosa è Dio, il suo regno, l'uomo, il mondo, la storia e la Chiesa. L'unicità di Cristo, salvatore unico e mediatore unico fra Dio e gli uomini è «costitutiva» e «ontologica».

Lo Spirito è il punto di inserimento dell'autocomunicazione di Dio all'uomo in Cristo. Per cui la prospettiva pneumatologica fa trasparire il nesso esistente tra unicità e universalità di Gesù Cristo. Una cristologia pneumatica è inseparabile dalla cristologia del Verbo incarnato. C'è discontinuità e continuità reale tra la cristologia "implicita" del Gesù prepasquale e quella "esplicita" della Chiesa apostolica.

In questa prospettiva le tradizioni religiose fanno parte integrante del piano divino di salvezza per l'umanità, di cui l'evento Gesù Cristo rappresenta il culmine e il punto focale. Continuano tutt'oggi a esercitare un ruolo salvifico nei riguardi dei loro seguaci in virtù del loro rapporto necessario con il mistero di Gesù Cristo, il quale, nonostante la sua particolarità storica, trascende lo spazio e il tempo. In tal senso si può parlare di "unicità complementare" del mistero di Gesù Cristo nei confronti delle tradizioni religiose, oppure di unicità "relazionale".

Hans Urs von BaltUasar, sulla scia di Niccolò Cusano, ha scritto che Gesù Cristo è «il concreto universale», il che significa che in lui l'universale non è circoscritto all'astratto, né il concreto ridotto al particolare. Pertanto «costitutivo» non significa «assoluto». Dio non assolutizza il particolare; anzi ci fa sapere che nessuna particolarità storica può essere assolutizzata ed è in forza di questa relatività che Dio può essere incontrato nella storia reale.

È qui che si innesta il problema della verità e del dialogo. Nelle Scritture la verità è il contrario, più che dell'errore, della delusione. La verità è Cristo. La verità biblica non è direttamente l'essere assoluto di Dio, ma è, piuttosto, il rivelarsi di Dio, che è norma della nostra vita e fonte della nostra santità.

La verità è poliedrica, è rivelazione e pedagogia, didascalia e promessa, testimonianza e profezia. Verità e salvezza vanno sempre congiunte, rivelazione e giustizia sono destinate a incontrarsi.

Queste due aree simboliche potrebbero essere indicate anche con il termine epistéme dei greci antichi ed emet degli ebrei. I Settanta hanno tradotto 'emet con alétheia, pistis. Qui la differenza tra due tradizioni è diventata anche convergenza. Tra l'altro, ci troviamo di fronte a un caso coraggioso e incoraggiante di dialogo interreligioso e interculturale. Nell'incontro con le religioni e le culture il problema della verità sfocia nel problema del dialogo.

 

La pienezza della rivelazione sta in Gesù Cristo. Tuttavia questa pienezza non la si trova nel Nuovo Testamento scritto, ma nella persona, nell'evento e nel mistero di Gesù Cristo, di cui il Nuovo Testamento è il ricordo ufficiale, ispirato dallo Spirito Santo, nella Chiesa apostolica. Il ricordo ufficiale del mistero rivelato non contiene la totalità della rivelazione divina in Gesù Cristo; Giovanni lo nota molto chiaramente alla fine del suo Vangelo (cf Gv 21, 25).

Cristo è la norma per comprendere Dio. Tuttavia non è norma statica, ma è una norma che viene continuamente trasformata e arricchita dalla funzione dello Spirito. Si tratta di quel circolo ermeneutico cui sembra alludere il Vangelo di Giovanni.

Inoltre è necessario rivalutare il significato delle tradizioni religiose nel piano di Dio per l'umanità. Secondo la "Redemptoris missio" di Giovanni Paolo Il «la presenza e l'attività dello Spirito Santo non toccano solo gli individui, ma la società e la storia, i popoli, le culture, le religioni». La Chiesa non ha il monopolio dei frutti dello Spirito, dei quali parla san Paolo.

Il documento "Dialogo e annuncio" del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso e della Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli distingue con chiarezza lo scopo del dialogo da quello dell'annuncio. Il dialogo interreligioso punta su una conversione più profonda da ambedue le parti verso il mistero insondabile dell'Assoluto, l'abisso divino, la luce di ogni luce. Invece, l'annuncio mira a invitare gli altri a diventare discepoli di Gesù Cristo nella Chiesa, cioè alla conversione verso il cristianesimo. Contemporaneamente il documento sostiene che il dialogo interreligioso fa parte integrante della missione evangelizzatrice della Chiesa. Quindi il dialogo non è una strategia o tattica premeditata per convertire l'altro al cristianesimo.

D'altra parte lo stesso documento asserisce che il dialogo rimane orientato verso l'annuncio, perché la missione evangelizzatrice della Chiesa raggiunge la sua pienezza e il suo culmine nell'annuncio di Gesù Cristo.

Su questa linea di pensiero va pure rilevato che il dialogo interreligioso non consiste soltanto in un incontro onesto, privo di aggressività e di violenza, con cui si vuole superare verità parziali nel nome di una verità più grande. Esso è piuttosto la fine di ogni autosufficienza dell'io personale e della Chiesa.

Due metafore possono aiutarci a entrare in questo ordine di idee: quella della montagna e quella dell'unico corpo. Da ogni parte la montagna ci rivela prospettive complementari. Ma nessuna ce lo rivela interamente e completamente, totum et totaliter.

La metafora del corpo ci dice che il corpo è uno, ma le sue funzioni sono diverse, non sono tutte uguali. Ogni organo ha la sua particolarità nel suo genere. Ma questo non basta. Deve essere considerata anche la sua funzione per il bene di tutto il corpo. La lavanda dei piedi, lo spezzare il pane, l'ascolto della Parola; lo yoga ìndù del servizio disinteressato, della devozione amorosa e della contemplazione; la compassione che nasce dallo svuotamento di ogni radice egoistica secondo i buddhisti; il senso del Dio trascendente dell'islam presentano, sul versante storico, elementi di complementarità, in qualche modo nascondono una loro coappartenenza nell'unico corpo.

Non hanno ancora raggiunto la totalità sul piano dello spirito, di cui il loro corpo storico è simbolo. L'Assoluto accetta la legge della storicità nelle religioni e, contemporaneamente, è mistero per tutte, compartecipato in modi diversi da tutte. Questa compartecipazione è dono che va sempre donato. Ed ecco il dialogo. Rimane sempre la difficoltà di procedere in questa direzione, perché ogni tradizione religiosa parte dal proprio ambito. Quindi ognuno si serve della propria tradizione religiosa per spiegare le altre. Si può scoprire una metodologia diversa che, fin dall'inizio, includa le altre tradizioni? Si può fare questa operazione senza rinunciare alla valenza veritativa, nel senso con cui l'abbiamo intesa, della storia speciale, e non solo di quella generale, della salvezza?

Non sembra che noi cristiani siamo pronti a dare una risposta adeguata a questa domanda. Non lo sono nemmeno le confessioni cristiane tra loro. Eppure c'è, sotto questa domanda, un'intuizione: prima dei contenuti di ogni fede c'è l'azione dello Spirito creatore, salvatore e ricapitolatore e c'è la volontà di aiutare a convertire gli altri partendo dalla povertà radicale di un essere umano.

Il dialogo cristiano autentico non impone o dimostra all'altro la verità della sua fede, ma aiuta l'altro a comprendere. «Ciò non accade mediante il dialogo dialettico, nel quale hanno parte determinati argomenti e dimostrazioni, ma mediante il dialogo dialogico, in cui il credente che ha fatto esperienza rende testimonianza della sua esperienza».(R. Panikkar)

L'amore con cui Cristo ama il mondo rimane amore anche se è rifiutato; è trascendente e immanente alla storia, ed è verità. Quindi è capace anche di perdersi nelle situazioni-limite, amando la libertà dell'altro, anzi aiutandolo a crescere nella libertà. I cristiani si rendono conto di una cosa:

Dal punto di vista cristiano mai la vicinanza di Dio all'uomo è divenuta tanto stretta come nella figura di Gesù. Il "Deus semper maior" appare nell'incamazione di Gesù come il "Deus semper minor", che porta a compimento la dottrina veterotestamentaria dell'incontro di Dio con le situazioni sommesse, nascoste, anzi sbagliate della vita umana. La percezione di Dio in Egitto, in Babilonia, nell'umanità peccatrìce, sulla croce di Gesù e dopo di essa su molte croci e in molte camere della morte del mondo mantiene aperto - per dirla in termini biblici - il cielo.

continua