Introduzione

 

La vigilia di Pasqua del 2000, 22 di aprile, in provincia di Avellino, a Sant'Angelo a Scala, nella chiesa della piccola parrocchia cattolica di S. Giacomo Apostolo, si è celebrato un rito che ha suscitato molte discussioni: protagonisti un pastore metodista, Antonio Squitieri, ed il parroco locale, don Vitaliano Della Sala, che lo aveva invitato a partecipare con lui alla Veglia Pasquale.

Durante quella Veglia si è verificato uno dei pochi esempi di "intercomunione" fra cattolici e protestanti praticati in una chiesa cattolica. Il termine non è certo di uso comune: secondo il Dizionario sintetico di Teologia significa il "Partecipare alla liturgia in una Chiesa diversa dalla propria"[1]: partecipazione totale, non limitata ad alcuni momenti dell'azione liturgica di una determinata comunità. A Sant'Angelo a Scala, vi è stata la partecipazione alla mensa eucaristica di cristiani di confessione diversa.

In questo dossier vogliamo raccontare l'avvenimento in sé, ma anche ripercorrere tutte le discussioni che ne sono seguite, in ambito evangelico come in quello cattolico. Offriamo questo opuscolo alla riflessione di quanti, impegnati nel movimento ecumenico, vogliano approfondire le delicate questioni connesse con la celebrazione dell'Eucarestia: la Cena del Signore.

Sono stato personalmente testimone degli antefatti dell'evento ed ho anche stimolato il successivo dibattito, attraverso gli articoli che ho scritto, prima sul quotidiano Il Mattino e poi sul settimanale cattolico Il Ponte di Avellino e sul settimanale delle Chiese valdesi, metodiste e battiste Riforma.

Molta parte del dibattito che si è sviluppato ha riguardato anche il ruolo della stampa e dei giornalisti nell’informare correttamente l’opinione pubblica: un argomento ricorrente anche nel dibattito interno alle chiese. Nel caso che cercherò di raccontare in queste pagine, devo prendere atto del fatto che, pur avendo personalmente tentato di rendere conto al meglio dell'accaduto, non ci sono completamente riuscito e ho provocato a mia volta qualche confusione che poteva essere evitata. Credo di essere giustificato però dal fatto che la vicenda non è per nulla convenzionale, ed è difficile da spiegare ad un mondo che ha poca dimestichezza e poco interesse per quelle che sono le divisioni esistenti fra i cristiani in relazione al loro sacramento più importante. Anche se forse oggi si muore e ci si scanna per molto meno di un tempo, le epoche in cui dei cristiani (i cosiddetti utraquisti) combattevano armi in pugno per affermare il loro diritto a ricevere, durante la messa, non solo il pane ma anche il vino sembrano lontani anni luce.

Voglio ringraziare per il loro prezioso contributo sia Pasquale Pirone, che ha pazientemente riletto la bozza di questo dossier, sia il pastore Antonio Squitieri, che mi ha incoraggiato a portare a termine il lavoro.

 

Monteforte Irpino Martedì 7 novembre 20000



Una sera a Cena

 

Non avevo mai partecipato alla celebrazione di una "Pasqua ebraica". Accolsi pertanto di buon grado l’invito rivoltomi dalla comunità di Contrada Bagnoli, una frazione rurale di Avellino, alle cui riunioni avevo cominciato a partecipare e che muoveva i suoi primi passi ecumenici. Complice la settimana di preghiera per l'Unità dei cristiani, la comunità, in gran parte di "giovani adulti" di Azione Cattolica, si era aperta da alcuni mesi alla partecipazione di un pastore protestante, il pastore metodista Antonio Squitieri, direttore del Villaggio Evangelico di Monteforte Irpino: una struttura, nata subito dopo il terremoto dell'80 con il contributo di tutte le chiese evangeliche italiane ed e che,  negli anni, ha continuato poi il suo servizio al territorio, alle persone disagiate ed alle Chiese.

Animatore del gruppo di Contrada Bagnoli è Pasquale Pirone, catechista di Azione Cattolica formatosi fra i padri domenicani, trentottenne, aderente di Pax Christi: con lui una quindicina di persone, che il mercoledì sera si riuniscono nella chiesetta di S. Michele per recitare i Salmi e meditare insieme le Scritture della domenica successiva e più o meno una volta al mese, si ritrova per un pomeriggio di spiritualità al Goleto di Sant’Angelo dei Lombardi: un'antica struttura monastica oggi animata dai Piccoli Fratelli di Charles de Foucauld della Comunità "Jesus Caritas".

Durante la Settimana Santa, la comunità di Contrada Bagnoli usa celebrare il rito ebraico della Pasqua, più o meno la stessa cena rituale celebrata da Gesù e dai suoi discepoli: la stessa, con poche modifiche, celebrata annualmente in tutto il mondo da tutte le famiglie ebree che ricordano così la loro uscita dall’Egitto e la stipula dell’alleanza con Dio. Durante la cena si ripetono gli antichi gesti, si loda il Signore nei Salmi, si cerca di riscoprire le antiche radici della cena eucaristica. Ma la cena è anche uno straordinario momento di convivialità e di fede che meglio prepara a vivere il senso della Passione, Morte e Risurrezione del Signore.

Quella sera, di Mercoledì Santo, eravamo una ventina di persone. Contemporaneamente in altre cinque case ed in qualche chiesa cattolica di Avellino, altri cristiani come noi erano riuniti anch’essi per celebrare la pasqua ebraica. A presiedere ogni comunità un sacerdote o comunque una persona in grado di dirigere il rito che è molto lungo e articolato.

 Ci ospitava nella sua casa Manuela, una componente del gruppo, che aveva preparato tutto l’occorrente: dal pane azzimo, alle erbe amare, all'agnello, alle uova, al vino, alla macedonia di mele e noci che rammenta la "manna" d'Egitto. A presiedere la “cena”, come ormai da qualche anno, era stato invitato don Vitaliano della Sala, con il quale la Comunità di Contrada Bagnoli ha un legame sporadico ma saldo, maturatosi ai tempi dell' impegno comune di solidarietà a Sarajevo martoriata dalla guerra. Don Vitaliano giunge all'ultimo minuto, quando tutti disperavano ormai di vederlo arrivare. Si accorge del pastore Squitieri e gli offre l’opportunità di presiedere lui, quella sera, la piccola comunità in preghiera. Ne riceve un cortese diniego.

Tra le mani ognuno di noi aveva il suo opuscoletto con il testo del rito, che prevede la lettura dei Salmi dell' Hallel e nel quale anche i bambini hanno un ruolo. Man mano che ci inoltriamo nella cena, don Vitaliano spiega il senso delle invocazioni e dei gesti (per esempio del modo di bere il vino tenendo il gomito appoggiato sul tavolo).

Il rito da noi seguito era in una sua versione più ridotta di quella propriamente ebraica tratto da un testo intitolato "Cena Pasquale ebraica per comunità cristiane", curato da Omar Carena e pubblicato da Marietti. «La liturgia cristiana non è sorta dal nulla - dice l'autore nella presentazione - ma ha le sue radici nella liturgia ebraica».

Quella sera mi resi conto di quanto sia "condensata" la nostra celebrazione eucaristica rispetto rispetto alla celebrazione che Gesù stesso realizzò prima di essere crocifisso, e ne compresi meglio tutti gli elementi di continuità e di rottura. Quello che i cristiani, qualsiasi sia la confessione di appartenenza, racchiudono in una preghiera molto breve e nella recita delle parole pronunciate da Gesù sul pane e sul vino, corrisponde, probabilmente, a due momenti precisi di quella cena, su cui ancora oggi si sta indagando.

Per i primi cristiani, nella loro maggioranza provenienti dall'ebraismo, era probabilmente tutto assai più chiaro: il gesto di Gesù di offrire il proprio corpo ed il proprio sangue aveva un significato forse diverso, ancora più pregnante rispetto a quello che generazioni e generazioni di cristiani gli hanno poi successivamente attribuito.

Man mano che ci si è allontanati temporalmente dall'istituzione dell'Eucarestia, le interpretazioni sul significato della "Cena del Signore", ed in particolare sulla presenza reale del corpo e del sangue di Gesù nel pane e nel vino, si sono moltiplicate ed hanno provocato drammatiche divisioni fra i sostenitori di una tesi o dell'altra. Di solito pensiamo che le divisioni risalgano al periodo della Riforma protestante del XVI secolo ed al Concilio di Trento, che sancì la dottrina della transustanziazione; ma non è così. Divisioni profonde si manifestarono già nel corso del IX secolo, con la disputa che vide contrapposti due monaci del monastero di Corbie in Francia, Pascasio Radberto da una parte e Ratrammo dall'altra. Scrissero entrambi un'opera con il medesimo titolo, De corpore et sanguine Christi, esprimendo ciascuno una diversa comprensione della presenza divina[2], che si sarebbero potute percepire come complementari punti di vista dello stesso "mistero eucaristico" e che invece, da possibile arricchimento per la Chiesa e la fede, furono fonte di divisioni profonde nel seno della cristianità. Invece che lo sviluppo dell'amore fraterno, il moltiplicarsi di "teste pensanti" produsse generalmente  un grande aumento della conflittualità fra i cristiani.

Le differenze fra i Vangeli sinottici e quello di Giovanni sul momento di celebrazione dell'Ultima cena, lasciano poi aperto il quesito se essa sia stata effettivamente una cena "Pasquale" o più semplicemente un "ultimo pasto" che Gesù ha voluto celebrare insieme ai suoi discepoli prima di essere messo a morte. Nella tradizione ebraica, in ogni caso, anche le cene ordinarie diverse da quella Pasquale, avevano un carattere religioso. "Dopo le abluzioni - che distinguevano un tempo sacro, separato dalla vita profana - veniva pronunciata dal padrone di casa una benedizione sul pane. Questi poi spezzava il pane e ne dava un pezzo ad ogni commensale. Alla fine, prendeva una coppa piena di vino tagliato con acqua, che benediceva e faceva circolare".[3]

E' probabile che la cena, come il battesimo, abbia subito un processo di reinterpretazione alla luce della morte di Gesù. «Le comunioni conviviali del Gesù storico erano prefigurazione del grande banchetto escatologico. E' possibile che dopo la morte di Gesù esse siano state interpretate come attualizzazione del suo morire, ma non ovunque. Infatti nella Didachè troviamo una cena sacramentale senza riferimenti alla morte di Gesù e, in Gv 13, un resoconto dell'ultima cena di Gesù senza che si parli dell'istituzione di un banchetto sacramentale rapportato alla sua morte».[4] L’esistenza di diverse tradizioni ed interpretazioni dell’eucaristia è dimostrata anche dalla varietà di liturgie con la quale essa è stata e viene ancora oggi celebrata nelle varie chiese che nacquero da quella formatasi a Gerusalemme dopo la morte di Gesù. Le chiese orientali, ad esempio, celebrano l’eucaristia come il mistero nascosto e separato dal popolo, con il pane ed il vino che vengono consacrati dietro ad un pannello (iconostasi [5]) che separa il sacerdote dall’assemblea; le chiese occidentali, invece, avvicinano l’eucaristia al popolo , coinvolgendo la comunità in una partecipazione attiva e aperta[6].

In verità, quel Mercoledì Santo intorno a quella tavola di Avellino, nessuno di noi si pose il problema di approfondire la storia della ricerca teologica sull'ultima cena. Eravamo lì per ripetere i gesti e per ascoltare le parole che il Gesù storico aveva ascoltato nella sua famiglia da bambino e che lui stesso, da maestro, aveva poi ripetuto nelle cene Pasquali consumate insieme ai suoi discepoli. Pregavamo e lodavamo Dio e cercavamo di capire meglio quali erano le nostre radici.

Le spiegazioni che don Vitaliano ci dava erano comunque tutte orientate non solo a spiegare il senso di quello che gli ebrei facevano durante la cena di pasqua, ma anche quello di indicare i collegamenti con la liturgia eucaristica attuale.

 

L'invito

 

A conoscerlo per la prima volta Vitaliano quasi non sembra un prete, nonostante il suo perenne colletto presbiterale. La barba rasa, gli occhi vispi e lo sguardo sorridente ispirano tranquillità, e non suggeriscono affatto quell'immagine di "prete barricadero" che gli è stata appiccicata addosso. La sua colloquialità, il suo modo di parlare schietto, da ragazzo di paese non lascia immaginare a prim'acchito la sua solida cultura biblica, teologica e liturgica. Ma il calore  e la "dottrina" che seppe trasmetterci a tutti quella sera fu talmente forte che cancellai d'un sol colpo tutti i luoghi comuni e le maldicenze che avevo ascoltato su di lui che, in una piccola provincia come Avellino, sono veramente tanti. Mi ero trovato casualmente a sedere fra il pastore Squitieri e Vitaliano. Alla fine della cena, perciò, colsi bene uno scambio di battute semplici ed incalzanti fra di loro. Vitaliano raccontò che la notte di Pasqua avrebbe realizzato un battesimo per immersione. Il pastore Squitieri, grande conoscitore dei riti di quasi tutte le confessioni cristiane per la sua ventennale attività ecumenica, incuriosito da un evento generalmente non praticato in seno alla chiesa cattolica, manifestò il desiderio di assistervi. “Se mi inviti, verrei volentieri a vedere”.

“Se ti invito predicheresti?”, fu la risposta immediata di Vitaliano.

"Se vengo e si creano le condizioni di fraternità necessarie, me la dai l’eucarestia come ad un qualsiasi altro fedele?", fu la risposta altrettanto rapida di Squitieri.

"E perché no!", fu la secca risposta di don Vitaliano.

Tutto è iniziato così, con queste battute, in uno spirito di fraterna amicizia.

C’era stata, da parte del pastore Squitieri, la richiesta di quella che in gergo protestante si chiama “ospitalità eucaristica”. Chiunque si reca in una chiesa protestante non solo viene accolto durante i canti o la predicazione, ma anche durante la celebrazione dell’eucaristia, se questa è prevista. Non tutte le chiese evangeliche, infatti, celebrano domenicalmente “la Cena del Signore”, ma  quest’uso si va diffondendo sempre di più.

Alla richiesta di don Vitaliano di offrire alla comunità cattolica di S. Angelo un punto di vista diverso sulla Parola di Dio, era seguita la richiesta del pastore Squitieri di condividere, con quella stessa comunità, anche il “pane ed il vino”, il sacramento dell’amore fraterno lasciatoci da Gesù, reinterpretato dai suoi discepoli come memoriale della sua morte e resurrezione.

Durante la nostra cena si era più volte parlato dello Spirito Santo, in riferimento all'angelo che aveva oltrepassato le case degli Ebrei nella notte dello sterminio dei primogeniti d'Egitto, in riferimento al profeta Elia ed alla bella tradizione di lasciare aperta la porta di casa per permetterne senza indugio l'entrata, se questi fosse mai passato di là.

Ancora oggi, ripensando a quegli attimi, ho la sensazione di aver percepito, su quella tavola, una sorta di vento che passava. E non si trattava di un vento fisico.

I protagonisti

 

Caratterialmente, i due protagonisti di quella che il settimanale cattolico, edito dalla Curia Vescovile di Avellino, Il Ponte ha definito una "Messa Ecumenica" sono molto diversi fra loro.

Formulato dal direttore de Il Ponte don Gerardo Capaldo, quel titolo definisce in modo inequivoco la natura di quello che è accaduto la notte della Veglia di Pasqua. Si è trattato infatti di una "Messa", celebrata con rito cattolico e da un prete cattolico. E durante si è praticato un' intercomunione, un riconoscersi fratelli nel "sacramento del pane e del vino". Non c'è confessione cristiana, infatti, che non riconosca all'Eucarestia il valore di sacramento.

Ma ci sono anche altri protagonisti di cui ci occuperemo nelle pagine seguenti. Innanzitutto la comunità parrocchiale di Sant’Angelo a Scala, che ha vissuto l’esperienza come un dono dello Spirito Santo. E tutti quei cristiani che, da varie parti della provincia, parteciparono alla Veglia.

Essa non nasce come un fungo dopo una giornata di pioggia. E' il frutto di un’attività ecumenica precedente, che ha visto impegnati il pastore Squitieri, don Vitaliano, ma anche altri soggetti attivi di ecumenismo, come la comunità di Contrada Bagnoli, Pax Christi o lo stesso settimanale Il Ponte.

Credo perciò necessario aprire una parentesi per descrivere l'humus da cui quella celebrazione è nata. Lo farò attraverso gli articoli e le prese di posizione che hanno visto partecipi il pastore Squitieri, don Vitaliano della Sala, ma anche altri.


 

 

L’intercomunione il futuro per cui lavorare

 

Nell'approssimarsi dell'ottavario di preghiera per l'unità dei cristiani, nel gennaio del 1999 il settimanale Il Ponte realizzò un'intervista al Pastore Squitieri sullo stato attuale dell'ecumenismo: già in quest'occasione il pastore Squitieri si riferisce all'intercomunione come "punto di partenza" di un vero ecumenismo. Eccone il testo integrale:

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RICONCILIAZIONE E INTERCOMUNIONE IL FUTURO PER CUI LAVORARE

 


 

 

In tema di ecumenismo, altre iniziative hanno avuto come centro il Villaggio Evangelico di Monteforte. E’ qui che da alcuni anni si svolgono i colloqui fra la Tavola Valdese e i rappresentanti di 21 chiese Pentecostali libere.

Il 16 settembre 1999, al termine di un incontro fra le due delegazioni, vi si tenne una conferenza stampa durante la quale si parlò, in particolare, di ecumenismo e di Giubileo del 2000.

Per la Chiesa Valdese erano presenti Gianni Rostan, moderatore della Tavola Valdese, e Paolo Ricca, teologo della facoltà Valdese di Roma. Con Rostan e Ricca, c'erano anche Salvatore Ricciardi, pastore valdese e rappresentante in Italia dell'Alleanza Riformata Mondiale, e Maria Sbaffi Girardet, presidente della Commissione rapporti ecumenici della Chiesa Valdese, nonché della Commissione per i matrimoni interconfessionali. Di quella conferenza stampa il settimanale Il Ponte pubblicò l’intervista che qui di seguito riportiamo.  Interessanti sono, in particolare, le affermazioni del prof. Ricca sulle questioni relative ai sacramenti ed in particolare all’Eucaristia.

 

Da IL PONTE – SETTIMANALE CATTOLICO DI AVELLINO N° 34 1999

 


 

L'ecumenismo dal basso

 

Don Vitaliano Della Sala è tra i sostenitori di quello che si definisce "ecumenismo dal basso", quel movimento cioè che ha per protagonisti i semplici cristiani, quelli che tutti i giorni si incontrano e vivono nell'ambiente di lavoro o nei mille luoghi della nostra vita quotidiana. Persone che, prima di essere cattolici, ortodossi o protestanti, si sentono innanzitutto "cristiani" e sentono quindi il dovere di darne testimonianza, applicando il comandamento nuovo dell'amore fraterno, dato da Gesù ai suoi discepoli. Essi intendono l'ecumenismo dal basso come stimolo a quell' ecumenismo dall'alto praticato dai teologi e dalle gerarchie delle Chiese. 

Di seguito riportiamo due interventi di don Vitaliano.

Il primo, pubblicato sul bollettino Il Santuario di Montevergine, è del marzo 1997 e descrive un incontro ecumenico tenutosi presso la parrocchia di S. Giacomo a S.Angelo a Scala. A quell'incontro partecipò il pastore Antonio Mucciardi, della Chiesa Libera del rione Berlingieri di Napoli, ma anche un giovane profugo ortodosso. Eccone il testo:

 

Incontro ecumenico nella parrocchia di Sant’Angelo a Scala.htm

di don Vitaliano della Sala

 

Don Vitaliano è un prete conosciuto in Italia per il suo impegno sociale, per le sue iniziative a favore degli extracomunitari o contro la guerra nell'ex Jugoslavia.  Mi piace riportare il testo di una sua meditazione del 1997 al clero diocesano di Montevergine. Vale la pena leggerla perché su don Vitaliano si è spesso appiccicata un’etichetta di prete barricadero ed estremista: un'etichetta che troppo spesso condiziona i giudizi della gente (e in specie dei suoi confratelli) sulle sue iniziative.

 


Le ragioni dell’impegno sociale del prete.

Meditazione al clero diocesano di Montevergine

di don Vitaliano della Sala

 


    

Gli articoli di presentazione dell’iniziativa

 


Seppi di come s'era svolta la celebrazione della Veglia Pasquale del 2000 a S. Angelo il giorno di Pasquetta, 24 aprile.  Il giorno prima, i quotidiani avevano osservato il consueto giorno di riposo per la festività della Pasqua e nessuno aveva quindi scritto nulla. A quella celebrazione però aveva partecipato, come poi ho saputo dal pastore Squitieri, una giornalista di un quotidiano locale avellinese, che poi l'aveva telefonicamente interpellato per avere una dichiarazione su quanto accaduto in chiesa. Confesso d'essermi preoccupato subito: il giornale in questione ha un taglio "popolare" e tende a "semplificare" le informazioni al massimo. Lo stesso Pastore Squitieri, d'altronde, nutriva la preoccupazione che la giornalista potesse dare un'interpretazione teologicamente non corretta, visto che insisteva nel definire l'accaduto una "concelebrazione".

Fra i giornalisti avellinesi, l'unico a dare una giusta interpretazione di quell'episodio è stato, come ho già detto, il direttore de Il Ponte don Gerardo Capaldo. "Messa ecumenica" fu il suo titolo, perché di una Messa si era in effetti trattato, ma aperta alla partecipazione di cristiani di altre confessioni.

Come spiegare a chi non era stato presente a Sant'Angelo - e che poco o nulla sapesse di Eucarestia o di concelebrazioni - cosa avessero fatto insieme sull'altare un prete cattolico, vestito dei suoi paramenti più solenni, ed un pastore metodista nel suo abito di culto?

Nel rito cattolico la lettura del Vangelo è riservata esclusivamente a un sacerdote o a un diacono, o a una figura appositamente ordinata per tale compito. La predicazione è riservata esclusivamente al sacerdote. Quella sera il Vangelo fu invece letto dal pastore Squitieri che tenne anche l’omelia.

Fra i protestanti è invece molto diffusa la figura del predicatore locale, che non necessariamente deve essere un pastore.

Dopo la liturgia della Parola, il pastore Squitieri fu invitato da don Vitaliano a seguirlo sull'altare, nella posizione tradizionalmente occupata dal diacono o dall’accolito [7]. La preghiera eucaristica è stata recitata da don Vitaliano. Ha innalzato lui l'ostia ed il vino consacrato. Il pastore Squitieri era dietro, partecipava in una posizione visibile e privilegiata alla Messa come un qualsiasi altro fedele o come un fedele cattolico che si fosse trovato a partecipare ad un culto evangelico e fosse stato invitato a sedere in prima fila: un po’ come quando si invita l'ospite di riguardo a sedere accanto al padrone di casa. Il pastore Squitieri "con-celebrava" la messa allo stesso modo di un qualsiasi altro dei fedeli presenti, i quali, a partire da Vaticano II, non sono più semplici spettatori del rito.

In effetti, per un qualsiasi giornalista a corto di esperienza teologica sarebbe stato naturale parlare di concelebrazione quella notte. E questa è la percezione che avrebbe avuto qualsiasi persona non addetta ai lavori che si fosse trovata a passare per caso lì da Sant'Angelo, tanto più se avesse visto don Vitaliano offrire al pastore Squitieri il calice (tradizionalmente riservato al diacono o ad un altro sacerdote concelebrante) e il pastore metodista distribuire il pane ed il vino di fianco al prete cattolico: un gesto che nella Chiesa cattolica è riservato a un diacono o ad un fedele appositamente ordinato dal Vescovo.

Ce n'era abbastanza per imbrogliare il cervello a chiunque, e non dico questo per giustificarmi: la realtà da descrivere era oggettivamente complessa. Quando si scrive un pezzo per un quotidiano, ma ciò vale per qualsiasi rivista, non si può largheggiare come si vuole. Lo spazio è fissato dal capo redattore: io avevo a disposizione 55 righi, poco più di 3300 caratteri, per descrivere in modo sintetico l'accaduto. Quali aspetti privilegiare? Che cosa mettere in evidenza? Sono le domande che qualsiasi giornalista si pone prima di scrivere, dopodiché è costretto a fare una scelta, il più delle volte senza la possibilità di confrontarsi con alcuno. Scelta che così diventa ovviamente arbitraria, cioè legata al suo libero arbitrio, alla sua sensibilità e comprensione del fatto di cui deve scrivere.

Per comprendere l'importanza di quanto si è verificato a Sant'Angelo a Scala, basti pensare che le divisioni fra le Chiese cristiane impediscono l'intercomunione fra le varie confessioni da quasi mille anni, dai tempi dello scisma fra Oriente e Occidente. Anche all'interno del mondo protestante, si sono registrate profonde divisioni sulla questione dell'eucarestia. Le due anime della Riforma del XVI secolo, quella Luterana e quella Calvinista, per circa 500 anni si sono divise sull' interpretazione di una piccola parola latina, un "est": con Lutero che affermava la presenza reale del corpo e del sangue di Cristo nel pane e nel vino, e Calvino che vedeva in essi semplicemente un simbolo, senza alcuna presenza reale. Fra protestantesimo zwingliano e luterano si è dovuti attendere il 1973, con la firma della Concordia di Leuenberg, per il pieno ristabilimento dei rapporti ecumenici.

Per quanto riguarda i cattolici, dopo il Concilio Vaticano II l'intercomunione è ammessa - in caso di necessità e in assenza di clero cattolico - solo con i presbiteri ortodossi, dai quali i fedeli possono confessarsi, comunicarsi e ricevere l'Unzione degli infermi (cf OE 26‑27).

Di seguito, ecco il testo dell'articolo che ho scritto per l'edizione di Avellino del quotidiano Il Mattino di martedì 25 aprile 2000. Lo stesso articolo, con un'aggiunta, è stato poi pubblicato anche da Il Ponte, che ha ovviamente usato un titolo diverso.

 


Don Vitaliano celebra messa con un pastore protestante

 


I perché di una scelta

Nel testo, come si vede, ho posto l'accento sulla provocazione che la Veglia di Pasqua rappresentava. Una provocazione rispetto ad una prassi ecumenica che limita i rapporti fra le confessioni cristiane alla sola Liturgia della Parola. Una provocazione rispetto ad un clero cattolico irpino che, nella sua maggioranza, esprime una bassissima sensibilità ecumenica, e ritiene il "protestante", come dirà poi don Vitaliano, appartenente ad una razza diversa, una persona cui non accompagnarsi nemmeno per un caffè. Una provocazione rispetto allo stesso mondo protestante, generalmente formatosi in contrapposizione alla chiesa cattolica e dove si registra un'analoga bassa sensibilità ecumenica, con preti, vescovi o semplici fedeli giudicati spesso, nella loro generalità, come la negazione dello spirito cristiano.

Porre l'accento sull'obiettiva provocazione della Veglia di Pasqua, ha suscitato le reazioni negative di coloro che a quella Veglia avevano partecipato, vivendola con spirito d'amore fraterno. I fedeli cattolici presenti, infatti, non si sentivano affatto provocati, e tanto meno offesi, nel loro essere cristiani. Anzi: quella celebrazione era stata per loro un momento alto, bello, di fraternità e di grande amicizia, manifestata con il calore espresso nei confronti del pastore Squitieri durante il tradizionale scambio di pace previsto dal rito. Tutto ciò era stato riportato nel mio articolo, ma non gli è stato dato particolare attenzione: ciò che colpisce il lettore in un articolo è innanzitutto il titolo; poi segue il contenuto del primo capoverso.  Ed io avevo aperto il pezzo gridando alla provocazione…

Sono stati molti, nei giorni successivi, quelli che mi hanno telefonato per esprimere il loro rammarico: soprattutto perché, a loro dire, non avevo rappresentato correttamente i loro sentimenti. In parte avevano ragione: ma come spiegare che in 50-60 righe tutto non si può dire? Come dire che, a volte, pur di far uscire una notizia, si è costretti a scriverla in un certo modo piuttosto che in un altro? Come spiegare che difficilmente un giornale può cambiare il proprio cliché di rappresentazione di un personaggio, che nel caso di don Vitaliano è quello dell’estremista incallito? Proprio durante questa vicenda, mi è capitato di scrivere su don Vitaliano con un'angolazione diversa e non vedermi pubblicato il pezzo.

Ma le reazioni hanno riguardato anche il mondo evangelico. Nel mondo protestante irpino, la partecipazione di un pastore evangelico alla veglia di pasqua è stata vissuta da alcuni come una vera e propria provocazione, peggiore di un pugno nello stomaco.  

 

Il problema della concelebrazione

 

Nel rito cattolico, si intende per concelebrazione una messa presieduta da più sacerdoti. Vi è concelebrazione, ad esempio, quando insieme al Vescovo stanno sull'altare tutti i presbiteri della diocesi, come avviene durante particolari momenti dell'anno liturgico. Nel titolo dell'articolo de Il Mattino non si parlava di concelebrazione, che non c'era stata in quel senso. Era don Vitaliano che aveva "celebrato messa". Il titolo non doveva dunque trarre in inganno quanti, nell'ambito della chiesa cattolica o fra i protestanti, si intendono di teologia. Nel corpo del testo, anzi, per indicare che quanto avvenuto poteva trarre in inganno, ho usato l'espressione "praticamente concelebrato" riferendomi al pastore Squitieri per la sua presenza all'altare al momento del rito eucaristico.

Probabilmente, se avessi usato il termine intercomunione, e ne avessi spiegato il significato, sarebbe stato meglio. Ma, al momento, prevalse in me l'idea di rappresentare l'accaduto secondo il livello di comprensione che avrebbe potuto avere una persona qualsiasi che nulla sapesse di teologia o di storia del cristianesimo. Era anche un modo per sollecitare i responsabili di tutte le chiese a confrontarsi con una realtà in profondo mutamento, con il cristianesimo oramai minoranza in una società sempre più desacralizzata e lontana dai conflitti teologici del passato.

 

In realtà l’uso che si fa del termine concelebrazione, nell’ambito della chiesa cattolica, è scorretto perché si assegna al sacerdote un ruolo che è superiore a quello dell'assemblea nel suo insieme. Ho usato l'espressione "praticamente concelebrato", anche per esprime l'idea profondamente radicata in me, del ruolo attivo che svolge qualsiasi partecipante alla messa in tutte le fasi della liturgia. Il fedele presente nel luogo in cui si svolge il culto, è in tal senso un concelebrante insieme a tutti gli altri partecipanti alla liturgia, nella quale il presidente dell'assemblea, sacerdote o pastore che dir si voglia, svolge soltanto un suo ruolo specifico.

Il termine liturgia, del resto, indica l’azione dell'intera comunità cristiana riunita nel culto. «La parola greca leitourghia, da cui deriva, è la sintesi di due diversi concetti:  lèitos, pubblico, da laòs = popolo; ed érgon = azione, opera: dunque un pubblico servizio. Nell’antichità greca si indicava con liturgia un’opera collettiva a favore della città. L’uso che ne facciamo oggi invece è relativamente recente ed indica l’ordine del culto cristiano e l’azione della comunità che lo compie.

Il significato etimologico della parola è significativo: esso sottolinea, da un lato, il concetto di ‘azione’, dall’altro quello di comunità. Che cos’è d'altronde il culto cristiano? E’ la comunità in azione o, se si vuole, l’azione (le azioni) della comunità riunita nel nome del Signore»[8].

In definitiva, con la mia espressione intendevo rafforzare il concetto di comunione fraterna che si era realizzato nella Veglia di Sant'Angelo. L’affermazione finale del pezzo, nella versione de Il Mattino, non doveva lasciar spazio a dubbi su quale fosse il mio pensiero sulle divisioni esistenti fra i cristiani: qualcosa di incomprensibile per qualsiasi persona di buon senso.

Credo sia significativo che la maggioranza dei fraintendimenti sia venuta da persone che conoscono il significato del termine esegesi - la disciplina che insegna ad interpretare in modo corretto un testo e che si apprende nelle scuole teologiche.  

 

La lettera di don Vitaliano a Cassidy

 

Fra le varie telefonate che ho ricevuto dopo il 25 aprile, mi giunse anche quella di don Vitaliano, che non aveva letto l’articolo scritto da me per Il Mattino, ma che ne aveva appreso sommariamente il contenuto da un amico. Costui aveva descritto l'articolo come un attacco nei suoi confronti. Mi chiamava allora per capire che cosa ci fosse dietro, se cioè io fossi stato imbeccato a farlo da qualcuno. In provincia succede anche questo. E' una delle regole del gioco che bisogna accettare se si vuole fare in qualche modo il mestiere di giornalista. Gli spiegai allora da chi avevo avuto le notizie e lo rassicurai sull’assenza di un qualsiasi complotto nei suoi confronti. E' probabile che non mi credette più di tanto, perché si affrettò a scrivere una lettera al cardinale Cassidy, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei Cristiani, credo per informare direttamente il massimo organo Vaticano sull'accaduto, prima che qualcuno riferisse una versione non veritiera o malamente desunta da un resoconto giornalistico che, come ho cercato di spiegare, per sua natura è quantomeno parziale.

Nella lettera don Vitaliano ribadisce la sua fiducia nel cosiddetto “ecumenismo dal basso”. Frattanto, una sintesi del mio articolo per Il Mattino, finiva all’agenzia Ansa, che la rilanciò sul piano nazionale.

Ma ecco il testo della lettera di don Vitaliano a Cassidy.


 

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Al Signor Cardinale Presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani di don Vitaliano della Sala.

 

Il dibattito sulle pagine de Il Ponte

 


Il direttore del settimanale Il Ponte, don Gerardo Capaldo, comprese subito l’importanza di quanto accaduto a Sant’Angelo a Scala e diede corso immediatamente alla pubblicazione del mio articolo sul numero che in quei giorni si stava preparando. Del titolo abbiamo già parlato. Decisi di utilizzare lo stesso testo usato per Il Mattino sia perché in quest’ultimo mancava il capoverso finale, sia perché volevo che i lettori del "settimanale cattolico dell'Irpinia" si confrontassero con la realtà così come viene raccontata da un quotidiano senza etichette confessionali: un tipo di giornale generalmente malvisto in qualsiasi ambito ecclesiale, cattolico o protestante che sia.

Il dibattito che si è sviluppato poi sulle pagine de Il Ponte da parte cattolica, mi ha confermato in quest’analisi.

Una delle principali accuse rivolte al giornale era che la notizia non doveva essere pubblicata nuda e cruda, ma che sarebbe occorsa una censura netta di quanto avvenuto a Sant’Angelo. Si dubitava poi della "verità" del fatto stesso. Sulle pagine de Il Ponte sono intervenuti due sacerdoti della diocesi di Avellino, don Luciano Gubitosa e mons. Ugo Mallardo. La loro reazione è stata anche forse amplificata dal fatto che, per un caso, il numero de Il Ponte contenente l’articolo sulla “Messa Ecumenica”, aveva avuto una diffusione straordinaria, perché uscito in coincidenza con la celebrazione a Roma, il 29 aprile, da parte di oltre 4000 pellegrini del Giubileo diocesano di Avellino, e del successivo giubileo del mondo del lavoro celebrato in città. Mons. Maliardo ha espresso la convinzione, largamente diffusa nel clero cattolico, che gli evangelici non credono al sacramento dell’eucaristia.  Ad entrambi gli interventi, ha poi risposto don Vitaliano della Sala, che aveva frattanto ricevuto dal Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani una lettera di risposta, di tono per certi aspetti positivo. Riportiamo di seguito tutti questi documenti.



LETTERA AL PONTE DI DON LUCIANO GUBITOSA

 “Ecumenismo a buon mercato   Sac. Luciano Gubitosa


 

LA POSIZIONE DI MONS. MALLARDO

ex cancelliere della Curia di Avellino

 di mons. Ugo Mallardo


 

La risposta del Vaticano

 


L’articolo di Vitaliano dopo aver ricevuto la risposta del Vaticano  don Vitaliano Della Sala

 



Il dibattito nelle Chiese evangeliche

 


L’esperienza di intercomunione realizzata a Sant’Angelo a Scala, ha trovato spazio anche sulle pagine del settimanale Riforma, che è il giornale delle Chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi. Della questione si è occupato anche sia il 13° circuito delle Chiese valdesi, metodiste e libere della Campania, sia la stessa Tavola Valdese.

Il settimanale Riforma, ha pubblicato un resoconto dell’iniziativa svolta a Sant’Angelo a Scala sul numero 19 del 12 maggio 2000, cioè tre settimane dopo il fatto. Questo ritardo nella pubblicazione, come mi spiegò il direttore di Riforma Eugenio Bernardini, è stato determinato dall'inserimento dell'articolo nella rubrica relativa alle iniziative delle chiese locali che sono pubblicate non in ordine di importanza ma sulla base dell'ordine cronologico di arrivo in redazione. Il titolo dell'articolo, “Una predicazione alla Veglia Pasquale”, metteva l'accento sulla partecipazione del pastore Squitieri alla sola liturgia della Parola.

Sulla questione dell'intercomunione fra cattolici e protestanti, intanto, Riforma aveva già pubblicato una lettera del pastore Gino Conte, che spiegava i motivi che si oppongono all'intercomunione, ed un articolo di Bruno Corsani, già professore di Nuovo Testamento della Facoltà Valdese di Teologia, esegeta di spicco e autore, oltre che di una miriade di studi su singoli libri del NT, anche di un testo di Introduzione al Nuovo Testamento edito dalla Claudiana.

La lettera di Conte credo si commenti da se: essa è una rappresentazione chiara di quello che è l’attuale stato dei rapporti ecumenici esistenti nel nostro paese e nel mondo.

Importante è l’articolo di Corsani, che spezza una lancia a favore dell'intercomunione contro quelle che lui indica come le «Difficoltà che non vengono solo dalla Chiesa cattolica, ri­tenuta più rigida, ma anche dagli ambienti evangelici (forse più spesso dai singoli che dalle istituzioni).». L'intervento di Corsani, casualmente, precede di una settimana il resoconto dell'iniziativa di Sant'Angelo a Scala di cui diventa una sorta di «apripista». In quel testo, breve ma particolarmente incisivo, egli compie una vera e propria messa a punto teologica, da un punto di vista protestante, della questione dell’intercomunione, con un’esegesi di Marco 14,13-18, il brano nel quale Gesù invia i propri discepoli a predisporre la sala per poter celebrare la sua ultima cena.  «La cena è del Signore», afferma Corsani, riaffermando l’atteggiamento di apertura delle Chiese evangeliche verso la pratica dell’intercomunione. Non è importante, dice Corsani, dove e con chi si celebri la Cena, l’importante è che l’incontro avvenga “tra i credenti e il Signore, non tra i credenti e l’istituzione ecclesiastica”. Nessuna Chiesa, insomma, può arrogarsi il diritto di dichiarare l’eucaristia una sua proprietà privata. E’ eucaristia quella celebrata dalla chiesa cattolica, ma anche quella celebrata da tutte le altre confessioni cristiane, con la ricchezza dei loro riti e delle loro interpretazioni. E se è il Signore che chiama, l'Eucaristia va condivisa con tutti i cristiani, qualunque sia la loro confessione. "Per il resto - conclude Corsani citando l'apostolo Paolo- «ciascuno esamini se stesso, e così mangi del pane e beva dal calice, poiché chi mangia e beve mangia e beve un giudizio contro se stesso, se non discerne il corpo del Signore» (I Corinzi 11, 28s.)."

L'intercomunione, ribadita da Corsani, è in realtà vissuta dalla maggioranza delle comunità locali evangeliche, a senso unico. Si accetta cioè di buon grado che un cattolico partecipi ad un culto evangelico ma non il viceversa. Partecipare ad una messa, nell'immaginario collettivo dell'evangelico di base, corrisponde ad un tradimento della propria confessione di fede. La messa è ancora quella abolita da Calvino a Ginevra nel sedicesimo secolo, fatto di cui in genere nessuno ricorda più le motivazioni. L'articolo di Corsani costituisce così un'importante momento di riflessione su un argomento delicatissimo quale quello dell'eucaristia.

La pubblicazione del resoconto dell'iniziativa di Sant'Angelo a Scala non provoca reazioni di rilievo sulle pagine di Riforma. Probabilmente la precedente pubblicazione dell'intervento di Corsani, per l'autorevolezza del suo autore, ha messo di fatto a tacere qualsiasi opinione diversa.

Di seguito riportiamo il testo integrale dei documenti citati.


 

 

Da Riforma dell'11 febbraio 2000

Protestanti e cattolici ne sono ancora lontani

Il riconoscimento reciproco delle chiese


 Gino ConteFirenze


 

 

Dal n. 18, 5 maggio 2000, di Riforma:

La questione dell’intercomunione tra cattolici e protestanti

La Cena é del Signore

BRUNO CORSANI


 


Dal n. 19 del 12 maggio 2000 di Riforma

Nella parrocchia cattolica di Sant’Angelo a Scala (Avellino)

Una predicazione alla Veglia Pasquale

GIOVANNI SARUBBI

 


 

La riflessione della Diocesi di Avellino sull'Eucarestia. 

 

Nel giugno 1999, in quel di Pacognano di Vico Equense (NA), la diocesi di Avellino aveva tenuto il suo annuale convegno proprio sul tema dell'Eucarestia. In quell'occasione, il principale relatore, padre Cesare Giraudo mi aveva concesso un'intervista. Riveduta dall’autore, l'intervista, è stata pubblicata poi sia sul settimanale Il Ponte che su Bonus Pastor, il semestrale bollettino degli atti e documenti della Diocesi di Avellino. Le riflessioni di padre Giraudo sul concetto di "concelebrazione" della messa - e non di privata devozione - da parte di tutti i fedeli presenti credo siano particolarmente stimolanti e di rilievo ai fini del dibattito che stiamo illustrando.


INTERVISTA A PADRE CESARE GIRAUDO

 

 

Conclusioni

 


Nell'ultimo capoverso del mio primo articolo pubblicato integralmente su Il Ponte, facevo riferimento all'esistenza, nell'ambito della chiesa cattolica, di quelli che indicai come cristiani “senza chiesa e senza parrocchia”, parafrasando un’espressione dello scrittore Ignazio Silone. Una volta questi cristiani venivano etichettati come "cattolici del dissenso", avevano dei loro punti di riferimento sul territorio, si impegnavano nel sociale a dare testimonianza della loro fede. Oggi essi costituiscono una vera e propria diaspora, che si ritrova insieme di tanto in tanto, in quelle che corrono il rischio di essere sempre più esperienze di nicchia. C'è nel nostro paese una cristianità diffusa che non si ritrova in alcuna organizzazione stabile di chiesa, sia essa cattolica che protestante.

Dall'altro lato noi tutti assistiamo al crescere di movimenti religiosi di ispirazione cristiana che vengono etichettati come "movimenti carismatici". E' il caso delle chiese pentecostali, nell'ambito dell'evangelismo, o di movimenti quali i "neocatecumenali" o il "Rinnovamento dello spirito", nell'ambito della chiesa cattolica. Sono questi gli unici movimenti ecclesiali che crescono in Italia e nel mondo, mentre le "chiese ufficiali" quasi dappertutto dimezzano i loro membri.

In crescita è anche il numero delle sette, legate quasi sempre a particolari "visioni" o letture della Bibbia. Promotori di tali gruppi sono sempre più spesso ciarlatani che, grazie alle loro capacità di coercizione della volontà altrui, riescono a fare adepti anche fra persone dotate di un elevato livello culturale.

Se questa è la realtà, è necessario prendere atto che la divisione oramai plurisecolare fra le chiese "storiche" sulla questione dell'eucarestia, che impedisce un'unità vera, è quanto meno anacronistica. Occorre confrontarsi oggi con un mondo diverso da quello nel quale le divisioni fra le chiese sono nate. Non credo si possa definire sincretismo[9] religioso affermare che in tutte le riflessioni sulla natura e il significato dell'eucarestia ci sia qualcosa di buono, se solo lo si voglia vedere. Ognuno deve guardare alla propria particolare visione come un arricchimento del comune mistero lasciatoci da Gesù e di cui, su questa terra, nessuno riuscirà a venire a capo.

Il dibattito che si è sviluppato nelle chiese sulla vicenda della “messa ecumenica” di Sant’Angelo a Scala e in gran parte figlio delle diffidenze e della mancata conoscenza reciproca esistente fra le varie confessioni cristiane. Le divisioni generano ulteriori divisioni, così come le guerre preparano il terreno per altre guerre. Bisogna invece imboccare decisamente la via della pace e dell’amore fraterno se vogliamo tutti insieme uscire da questa spirale perversa.

La strada dell'intercomunione è difficile, ma è quella che più affascina quanti vogliano chiamarsi "cristiani e basta."

 

 

 


PICCOLO DIZIONARIETTO TEOLOGICO

 

 

Bibliografia

 

Praticamente sconfinata la bibliografia esistente sull’argomento dell’Eucaristia sia in ambito cattolico che protestante. Chi volesse approfondire l’argomento non avrebbe che l’imbarazzo della scelta.

 

Ci limitiamo a segnalare qualche testo che ci è stato utile per preparare queste note.

 

  1. Battesimo Eucaristia Ministero – Testo della commissione fede e costituzione Lima 1982, Ellenici-Claudiana
  2. La Cena del Signore – Dialogo fra la Chiesa evangelica Luterana e la chiesa cattolica
  3. Jesus - La storia Vera, di Jean Potin, ed. San Paolo
  4. Il Gesù storico, un manuale, di Gerd Theissen e Annette Merz, Queriniana 1999
  5. Cena Pasquale Ebraica per comunità cristiane, Omar Carena, Marietti
  6. Teologia cristiana, Alister E. McGrath, Claudiana
  7. Catechismo della Chiesa Cattolica, Piemme
  8. Il Piccolo Catechismo Il grande Catechismo, Lutero, Claudiana
  9. Nuovo Dizionario di Teologia, a cura di Giuseppe Barbaglio e Severino Dianich, ed. San Paolo 7a ed. 1994.

 

 

Indice 

 

 

Introduzione........................................................................................................................................................................................ 2

Una sera a Cena.................................................................................................................................................................................. 3

L'invito................................................................................................................................................................................................. 4

I protagonisti....................................................................................................................................................................................... 4

L’intercomunione il futuro per cui lavorare.................................................................................................................................... 5

L'ecumenismo dal basso.................................................................................................................................................................... 7

Gli articoli di presentazione dell’iniziativa..................................................................................................................................... 11

I perché di una scelta....................................................................................................................................................................... 14

Il problema della concelebrazione.................................................................................................................................................. 14

La lettera di don Vitaliano a Cassidy............................................................................................................................................. 15

Il dibattito sulle pagine de Il Ponte............................................................................................................................................... 15

Il dibattito nelle Chiese evangeliche.............................................................................................................................................. 22

La riflessione della Diocesi di Avellino sull'Eucarestia.............................................................................................................. 26

Conclusioni....................................................................................................................................................................................... 28

PICCOLO DIZIONARIETTO TEOLOGICO.................................................................................................................................. 28

Bibliografia........................................................................................................................................................................................ 32

Indice.................................................................................................................................................................................................. 32

 



[1] Dizionario Sintetico di Teologia, Editrice Vaticana, Roma 1995

 

[2] Teologia Cristiana, Alister E. McGrath, Claudiana pag. 511

[3] Jesus - La storia Vera, di Jean Potin, ed. San Paolo pag. 413.

[4] Il Gesù storico, un manuale, di Gerd Theissen e Annette Merz, Queriniana 1999, pag. 500

[5] Nelle chiese d'Oriente, si tratta di uno schermo o muro con icone che separa la navata dal presbiterio. Il presbiterio simboleggia il cielo; la navata, la terra. Però, entrambi si trovano sotto lo stesso tetto, per indicare che nella liturgia noi della terra siamo uniti col cielo. L'iconostasi ha tre porte: la porta regale, al centro, riservata al celebrante principale, vescovo o presbitero, porta direttamente all'altare; la porta di destra conduce al diakonikon, una specie di sacrestia per i diaconi che assistono il celebrante; la porta di sinistra conduce alla prothesis, o stanza riservata per la preparazione dei doni.

[6] Nuovo Dizionario di Teologia, a cura di Giuseppe Barbaglio e Severino Dianich, ed. San Paolo 7a ed. 1994 pag. 448. 

[7] Accolito è sinonimo di “seguace”

[8] Ermanno Genre, Introduzione alla liturgia protestante, Facoltà Valdese di Teologia Roma.

 

[9] Sincretismo (Gr. « mettere due città di Creta contro una terza »). Qualsiasi tentativo di conciliare o anche di fondere insieme princìpi e pratiche differenti o addirittura incompatibili. Spesso superficiale e transitorio, il sincretismo può verificarsi tra religioni, filosofie e all'interno dello stesso cristianesimo. Il primo a tentare un sincretismo ecumenico su larga scala fu Georg Callixtus (1586‑1656), teologo protestante che cercò di conciliare Luterani, Calvinisti e Cattolici sulla base della Bibbia, della fede dei primi cinque secoli e del Simbolo Apostolico.